La lettura esopo

Scrivi all'autore

   
Lido Pacciardi  

La più grande raccolta di favole esopiche mai messa in versi, nella colorita

e fresca parlata della Toscana.

 
   
 
ESOPO IN TOSCANA - Lido Pacciardi - "Il perché di un libro"  

Avevo cominciato per gioco: traducendo in versi alcune favole esopiche delle più note, per una scuola elementare. Poi le favole mi han preso la mano e, sollecitato da alcuni amici, sono andato avanti coi versi. Fino al proposito – un po’ folle, per la verità – di metterle tutte in rima: tutte quelle conosciute. Ho attinto per quelle di Babrius e Fedro dall’opera del Perry(1) e per Esopo da quella recente di Laura Gibbs(2) (sono le raccolte indicizzate più complete ed esaustive disponibili). Giunto a compimento mi è venuta voglia di visitare anche le facezie leonardesche, alcuni pensieri e diversi protagonisti del suo bestiario. Mi son chiesto come mai nessuno, prima, avesse affrontato il compito di versificare tutte le favole esopiche note. Ecco la risposta che mi sono dato: quasi tutti gli autori che si sono confrontati con le favole hanno trascurato, di proposito (e sono molte), quelle meno saporite, meno frizzanti. O perché rivestite di una apparente banalità e troppo brevi o, al contrario, troppo lunghe e descrittive, veri e propri racconti. L’attenzione si è sempre disposta sul nucleo delle più conosciute, più celebri, più interessanti. E, forse, è stato giusto così. Ma, ormai, avevo preso l’abbrivo e correvo per trattarle tutte. Ho insaporito quelle più scialbe – accendendo un poco la morale alla fine, legandola, spesso, a fatti contemporanei della vita politica e sociale o ad accadimenti più recenti. Non ancora contento, per mostrare la vitalità cangiante e l’adattabilità di queste antiche novelle, ne ho inventate all’uopo, che ho riportato in appendice. Se dovessi dire perché mi sono sobbarcato di una simile fatica, non saprei rispondere in modo convincente e chiaro. C’è qualcosa di misterioso che spinge a fare, dal di dentro: curiosità, voglia di misurarsi, autentico divertimento, ripicca... Non so. Non so bene. Ma l’ho fatto, e questo volume, con i suoi indubbi limiti (e son molti) ne è la testimonianza. Una spinta senz’altro me l’ha data il ricordo e la voce di mio padre che, da piccolo, davanti al camino acceso della vecchia casa di Collesalvetti, mi recitava le favole di La Fontaine,  che lui mandava – insieme a molto altro –  a memoria.  Mi è tornata, così, la voglia, e m’è saltato il ghiribizzo di immergermi nuovamente, da vecchio, in quel mondo animato da cose e animali parlanti, dove gli umani son messi sullo stesso piano di una natura che legge loro nell’anima e che li obbliga all’ammissione dei loro vizi e delle loro colpe. Spero di stimolare qualcun altro, adulto o fanciullo, a percorrerlo nuovamente con me. La figura di Esopo, come quella di Omero è, in gran parte, sconosciuta.  Nacque forse in Frigia o in Lidia o nell’isoletta di Samos, da una schiava, verso il 620 a.C., stabilendosi infine a Sardis alle dipendenze del re Creso che, si dice, gli conferì onori e incarichi importanti. Fu messo a morte a Delfi, durante una missione da questi affidatagli. Le prime favole provengono da tempi assai lontani, immerse in un mondo animale strettamente contiguo agli uomini: alle loro vicende e passioni. Furono originariamente recitate o inventate dal grande favolista greco come insegnamento di un più corretto vivere e per più morigerati costumi. Si racconta, infatti, che per mezzo delle sue favole sia riuscito a riportare la pace in Corinto e Atene durante il regno di Periandro e Pisistrato, rispettivamente. L’intento didascalico e educativo è, del resto, evidente. Riprese da Fedro e da Babrius in età tiberina e successivamente da altri in età medievale e più tarda, si arricchirono via via di nuovi protagonisti e di nuove invenzioni, fino al capolavoro di La Fontaine, illustrato dal Doré, nel secolo XVII. Ma la funzione e la natura cangiante della favola (come, in altro più vasto contesto, quello del mito, suo fratello maggiore) non si ferma  – e non si è fermata – durante i vari secoli, solo a questo. Nel medioevo fu usata spesso come mezzo per illustrare ai fedeli un corretto comportamento religioso, per esortarli al rifiuto di quelli ritenuti disdicevoli o peccaminosi, attraverso l’aggiunta di una morale o sentenza, posta in genere alla fine del breve racconto, che ne condannasse o ne esaltasse il senso e lo scopo. Nel tempo nostro i bambini apprendono attraverso altri mezzi: la televisione, i cartoons, i fumetti, ecc. Il mondo di Esopo pare ormai tramontato, oscurato dagli schermi a cristalli liquidi dei nostri televisori, dei computer, delle PlayStations. E finita è pure l’epoca in cui le nonne e i nonni raccontavano… La quantità di informazione che si rovescia sui nostri figli è certamente molto maggiore e più continua: la tecnica la fa da padrone, le nozioni arrivano a gruppi, ridondanti, confuse, pletoriche, spesso inutili, errate e inservibili, finalizzate sovente soltanto a espliciti scopi commerciali. La violenza della vita trabocca da ogni parte, senza impressionare più nessuno. Le scene di morte hanno inflazionato la nostra esistenza e la vita stessa pare aver perso sapore e valore. Il semplice sillabario animale(3) è scomparso. Tanti ragazzi non hanno mai visto una mucca, una gallina, una volpe o un corvo dal vero. Vivono circondati da una natura che ha perso la propria voce, in un appiattimento che li inchioda davanti ai teleschermi mentre, fuori, il vento, la pioggia e il sole, gli animali, gli uccelli, le nubi  – il mondo insomma – ancora svolgono la loro funzione. Cresciuti, saranno richiamati, la maggior parte, a passare il loro tempo entro discoteche gremite, in un’aberrante confusione. E il grande libro della natura resterà, per loro, lettera morta. Non conoscendo in nulla l’ambiente che li circonda, dove in effetti essi vivono e operano, è come se vivessero di meno. Prigionieri di un serraglio sconosciuto, in una realtà fittizia, virtualmente costruita, in cui il tempo stesso, le stagioni, i mutamenti e i ritorni, trascorrono inosservati. Sarebbe, forse, opportuno recuperare il valore di queste favole in ambiente scolastico, negli anni delle elementari, rivalorizzandone il fine informativo e, perché no, educativo. Sappiamo bene che il nostro mondo è cambiato, che la tecnologia e la scienza ne han mutato la visione, ma la fantastica capacità dei fanciulli di attingere alle porte del sogno è rimasta intatta e intera. Con le favole potrebbero, almeno in parte, riavvicinarsi ad un mondo che è ancora quello vero, reale; per cogliere e avvertire il sentimento di quell’anima mundi che ancora sopravvive nelle cose, negli animali, nella natura e che può ancora esercitare una funzione di stimolo e di formazione dei più piccoli, fornendo loro i primi strumenti e un primo metro di giudizio, liberandoli, un poco, dagli accecanti lampi degli schermi luminosi davanti a cui vengono spesso depositati: come spettatori passivi, che guardano più per abitudine che per interesse. Con le favole e nelle favole potrebbero, magari, ritrovarsi attori, complici, vittime e protagonisti. Si recupererebbe, così, anche il valore della lettura e, attraverso questa e il racconto, potremmo aiutarli ad emergere da una solitudine che, spesso, non vogliamo o non sappiamo riconoscere.

 

(1) - Loeb Classical Library, Babrius and Phaedrus Fables. Translated by Ben Edwin Perry, Harward, 1990 (ristampa).

(2) - Oxford Index of Aesop’s Fables by: Laura Gibbs.

(3) - Maurizio Bettini, Animali buoni per pensare, prefazione al libro Esopo in Toscana, di Lido Pacciardi; ed. Bandecchi&Vivaldi Pontedera (Pisa),Ottobre 2010.

 

 

 

 

 

 
   
  fronte libroaperto
retro